Buone coincidenze

I titoli di stato cheap e i capitali stranieri inducono all’ottimismo. Ma guai a sedersi come i francesi.
17 AGO 20
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Il Tesoro ritocca ancora i record minimi di rendimento dei titoli pubblici: ieri i Btp triennali sono stati collocati allo 0,52 per cento, i settennali all’1,71, e quelli a quindici anni al 3,03. Tagli robusti, dai 12 ai 39 decimali, sulle emissioni precedenti: il che significa che il governo potrà risparmiare circa due miliardi d’interessi, benché il debito dello stato continui ad aumentare almeno nel 2014. Nell’ultimo Documento di economia e finanza (Def) il rendimento dei Btp decennali era stimato al 3,6 per cento con uno spread di 200-250 punti. Ma Lady Spread è graziosamente scesa a 140. E quel che più conta l’interesse sui Btp a dieci anni viaggia intorno al 2,4 per cento. E’ il regalo di Mario Draghi, sia chiaro, non solo all’Italia ma a tutti i paesi euro: con le ultime misure non convenzionali della Banca centrale europea i tassi portoghesi, paese soccorso dalla Troika, sono crollati di un punto tondo, mentre quelli italiani sono scivolati al di sotto dei T-Bond americani e dei Gilt inglesi. Non solo. L’ulteriore taglio dei tassi deciso da Draghi, allo 0,05 per cento, indebolendo l’euro dà ossigeno alle esportazioni, con un beneficio che i più ottimisti stimano in tre-quattro miliardi.
Fin qui siamo però ai riflessi della politica accomodante della Bce, che durerà a lungo, ma che oltre a essere vista come “una droga” dai governi nordici – che nella nuova Commissione di Bruxelles hanno due vicepresidenti rigoristi come il lettone Valdis Dombrovskis e il finlandese Jyrki Katainen a sovrintendere alle materie economiche – è per sua natura volatile. Difatti è proprio la Bce a evidenziare i rischi dei conti pubblici italiani, nel Bollettino di settembre, pubblicato ieri, e a evidenziare come in Italia la produzione industriale sia crollata del 25 per cento dal 2007, anche in settori simbolo come gli elettrodomestici e le calzature.
“L’Italia – dicono dall’Eurotower – ha pagato alla crisi un prezzo enorme”. Ma nella stessa analisi si osserva anche che “nonostante tutto la manifattura italiana mantiene una percentuale del valore aggiunto del pil del 15,5 per cento, ancora al di sopra della media Ue”. Inoltre riconosce che il settore resta una “fonte essenziale di innovazione e competitività”, che contribuisce per il 70 per cento della spesa privata in ricerca e sviluppo e rappresenta quasi l’80 per cento delle esportazioni”.
[**Video_box_2**]I fatti, messi in fila, confermano la visione del bicchiere mezzo pieno. Importanti investitori stranieri sfidano la contrazione produttiva investendo in aziende e settori strategici: Etihad in Alitalia, Shanghai Electric in Ansaldo Energia, le tre manifestazioni d’interesse presentate per l’Ilva da ArcelorMittal, Jindal ed Emirates, la Indesit presa dalla Whirlpool, sono gli ultimi esempi. Oltre allo shopping nella moda e del lusso (Poltrona Frau, Krizia, Versace, Loro Piana) e nella gastronomia di alta gamma. Per i critici siamo un paese in saldo: in realtà, come ha notato Luca Marcolin, economista de Lavoce.info, “per anni l’Italia ha sofferto del problema opposto, gli scarsi investimenti diretti di capitali esteri. Nel 2012 erano lo 0,5 per cento del pil, la metà rispetto alla Francia, un terzo della media Ue, meno di un quinto della Gran Bretagna. L’importante è non vendere le eccellenze e non fare emigrare le tecnologie”.
[**Video_box_2**]Ma c’è un altro fattore di ottimismo: a differenza degli investimenti in Btp o in Borsa, che possono seguire la logica del mordi e fuggi, quelli nella siderurgia, nella produzione di energia e anche nell’Alitalia sono strutturali e strategici. Nessun gruppo straniero punterebbe pesantemente sull’Italia se temesse per il futuro. Non solo: le acquisizioni risolvono spesso standard e crisi aziendali incancreniti – tipo l’Alitalia – e lo fanno con le leggi attuali. Cioè con pressione fiscale record e mercato del lavoro ingessato. Basterebbe agire su tasse e lavoro per far risalire al paese parecchie posizioni rispetto alla 62esima per attrattività dei capitali stimata dal World Economic Forum. Tutte ragioni che incoraggiano Matteo Renzi a insistere con i ministri perché taglino le spese di loro competenza: qualche giorno in più può valere la pena se il premier porta a casa il risultato. E soprattutto se imbocca, come annunciato, la via opposta rispetto a quella della Francia: dove c’è il rinvio sistematico degli impegni di bilancio, l’aumento delle tasse e protezionismo statale a tutto spiano. E da sempre zero avanzo primario (differenza tra entrate e spese al netto degli interessi), rispetto a un’Italia che qui può vantare un primato europeo.